Officina sputnik

Mattia Ghidelli

L’esposizione, ovvero scrivere con la luce

19072014142710_sm_6957

Nei due post precedenti abbiamo visto rispettivamente gli elementi principali che compongono le fotocamere (obiettivo, otturatore e superficie sensibile) e i fattori fondamentali (apertura diaframma, tempo di scatto e sensibilità), analizzandoli singolarmente uno dopo l’altro, facendo solo una breve menzione alle interazioni nelle due triadi.

Oggi proseguiamo il discorso alzando leggermente il livello di complessità, discutendo in modo completo gli effetti che queste interazioni provocano.

Come si diceva apertura del diaframma, tempo di scatto e sensibilità hanno ognuno due effetti: uno passivo uguale per tutti che risponde ad un’esigenza esterna, cioè gestire la quantità di luce in entrata e un secondo, attivo, col quale ogni specifico fattore viene usato per dare un proprio effetto alla fotografia.

Partiamo dall’effetto passivo.

Come probabilmente avrete capito, visto che tutti i tre fattori fotografici condividono lo stesso effetto passivo, allora andranno ad agire assieme per ottenere un risultato comune: la corretta esposizione della fotografia. Con “esporre correttamente” s’intende che la fotografia in stampa dovrà essere ben bilanciata tra zone di ombra e di luce, quindi ne troppo chiara ne troppo scura e contemporaneamente che nell’inquadratura ci siano molti dettagli leggibili.

Per ottenere una fotografia corretta dal punto di vista dell’esposizione (cioè rispondendo passivamente all’ambiente) sarà necessario che la somma dei “pesi” dei tre fattori fotografici controbilanci il “peso” della luce presente. Non conterà il peso di ogni fattore preso singolarmente, ma solo la somma dei tre in risposta alla luce.

Il fatto che sia la cooperazione di tutti i tre fattori fotografici a produrre la foto finale implica che esistono infinite combinazioni diaframma-tempo-sensibilità che consentono di ottenere la stessa esposizione a parità di luce disponibile, consentendo al fotografo un ampio margine decisionale sugli effetti attivi dei tre fattori. Ad esempio, nell’immagine sottostante si può vedere come variando solo i parametri di apertura del diaframma e tempo di scatto, mantenendo fisso il valore di sensibilità e ipotizzando una scena con illuminazione costante, si ottiene sempre la stessa esposizione. Ciò che conta in termini passivi è solo il rapporto di reciprocità dei fattori fotografici, ovvero la somma dei singoli pesi, infatti se variassi uno solo dei tre fattori, quindi senza compensare la variazione otterrei un’esposizione diversa.

 

Fonte immagine: http://www.fotografareindigitale.com/2012/04/la-coppia-diaframma-otturatore-il-rapporto-di-reciprocita/

 

 

In termini attivi però ognuna di queste combinazioni, pur dando la stessa esposizione, genera fotografie fra loro molto diverse.

 

 

 

Nell’esempio qui sopra vi mostro l’effetto di due fotografie scattate nelle stesse condizioni (stessa luce, stesso movimento della ruota), uguale esposizione, ma con combinazioni tempo-diaframma diverse.

A sinistra ho impostato una velocità di scatto molto rapida, questo ha congelato il movimento della ruota rendendolo impercettibile. Avere un tempo di scatto molto breve però non dà modo a molta luce di entrare in camera, così si sarà costretti a compensare aprendo il diaframma e causando una riduzione della profondità di campo. Naturalmente questo ragionamento vale anche al contrario, ovvero si apre il diaframma facendo entrare luce, quindi bisogna compensare accelerando il tempo di scatto.

A destra invece ho impostato un tempo di scatto molto lungo, rendendo invisibile a causa del movimento parte della ruota e facendo entrare in camera luce per molto tempo. In questo caso ho compensato chiudendo il diaframma, ottenendo così una grande profondità di campo.

Negli ultimi due esempi non ho mai accennato alla sensibilità solo per comodità, infatti come si diceva nelle pagine precedenti, la sensibilità non ha un effetto attivo interessante.

Per concludere vorrei fare un accenno alle unità di misura proprie di ognuno dei fattori fondamentali.

L’apertura del diaframma è misurata attraverso un’unità di misura detta “stop” o “f/stop” e rappresentata col simbolo “f/”. Pur essendo una quantità continua, l’apertura del diaframma è quantificata attraverso una progressione geometrica di ragione √2 ad intervalli discreti:

… f/1 – f/1.4 – f/2 – f/2.8 – f/4 – f/5.6 – f/8 – f/11 – f/16 – f/22 – f/32 …

Si tratta di una scala teoricamente illimitata verso l’alto e verso il basso anche se, in effetti, i valori più comuni negli obiettivi in commercio sono quelli all’interno della gamma soprariportata.

La scala dei valori di diaframma è direttamente proporzionale alla dimensione del volume di spazio a fuoco e inversamente proporzionale alla quantità di luce in entrata, oltre che alla dimensione specifica dell’apertura per quell’impostazione. Va inoltre sottolineato che ogni singolo valore di diaframma è assoluto nel rappresentare la quantità netta di luce che entra in camera, mentre è relativo per il volume di spazio a fuoco (in quanto esso dipende anche da altri fattori che analizzeremo prossimamente).

 

 

Il tempo di scatto (o di esposizione) è misurato in secondi e come accade col diaframma è una quantità continua anche se la scala standard lo segmenta in una scala discreta tale che il valore successivo sia il doppio del precedente:

 

…1/4000s – 1/2000s – 1/1000s – 1/500s – 1/250s – 1/125s – 1/60s – 1/30s – 1/15s – 1/8s – 1/4s – 1/2s – 1s…

 

Anche questa è una scala illimitata verso l’alto e verso il basso e i valori della gamma qui sopra sono quelli comunemente adottati dagli otturatori delle fotocamere.

In ultimo abbiamo la scala delle sensibilità (ISO per le fotocamere digitali, ASA per le pellicole, che hanno tra loro un rapporto di conversione 1:1). È una scala lineare che raddoppia di passo in passo.

Generalmente il valore base per la sensibilità nelle fotocamere digitali è pari a 100 ISO, e nei modelli più avanzati può arrivare anche a valori di 409600 ISO.

La scala delle sensibilità è direttamente proporzionale alla capacità del supporto di immagazzinare dati.

Il prossimo articolo verterà su come utilizzare a fini creativi gli effetti dati dai singoli fattori quindi, mi raccomando, non perdetevelo!

Mattia Ghidelli

22 luglio 2014

© RIPRODUZIONE RISERVATA

© Riproduzione Riservata
Tags
Commenti
Mostra più commenti

Mattia Ghidelli

Mi chiamo Mattia Giovanni Ghidelli, sono nato a Cremona nel 1987. Mi sono da poco laureato in psicologia all’Università degli Studi di Padova. Dovendo scrivere una presentazione, mi sono trovato molto in difficoltà ad identificare l’origine vera di questa mia passione. Quando si passa dal ‘take a photo’ al ‘make a photo’? La differenza è apparentemente infinitesimale, ma all’interno della biografia di un appassionato di fotografia segna un passaggio epocale, un momento di non ritorno che andrà ad incidere irrimediabilmente sul modo di percepire e interpretare il mondo. Quel che ricordo è la mia prima macchina fotografica, una Polaroid 600 regalatami per il mio settimo compleanno dal nonno. Da che parte del confine mi trovavo? Difficile dirlo. Ciò di cui non ho dubbi è che da quel momento in poi la mia paghetta di 5000 lire settimanali veniva utilizzata quasi esclusivamente in cassette Polaroid, che regolarmente duravano non più di un paio di giorni. Dal 2010 tengo un corso di fotografia all’Associazione Studenti Universitari di Padova e dal 2012 collaboro con il corso di arte contemporanea e fotografia al Liceo Scientifico Aselli di Cremona. L’attività di docenza è stato un modo molto particolare di approcciare alla fotografia da una costa poco esplorata. Ho avuto così modo di scoprire la bellezza della narrazione e della sinestesia del docente che usa parole per comunicare immagini. Accanto al lavoro di insegnante ho prodotto vari reportages sociali e antropologici, uno dei quali è stato poi sviluppato in progetto di tesi per la laurea.

Utenti online