Officina sputnik

Mattia Ghidelli

La fotocamera e i suoi componenti essenziali

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Fino ad oggi siamo rimasti nell’anticamera dell’Officina Sputnik, abbiamo provato a capire come la fotografia vede e interpreta e cose, abbiamo accennato a quale sia il suo carattere e come si approccia al concetto di realtà; finalmente allora è giunto il momento di iniziare ad esplorare gli strumenti della fotografia.

Da dove iniziare allora se non dalla fotocamera? Il più basilare ed essenziale (anche se, come vedremo, assolutamente non in sé sufficiente) degli strumenti fotografici.

Per capire cosa sia e come funzioni questo “attrezzo magico” è utile riflettere sul termine col quale lo si definisce, fotocamera.  Esso richiama immediatamente alla mente la stretta connessione tra la luce e uno spazio chiuso, ma in cosa risiede questo legame?

Fin dagli albori della fotografia, intesa in senso lato come arte dello scrivere con la luce, lo strumento più efficace di questa strana forma di disegno erano le camere, cioè le stanze. Avete capito bene, proprio gli ambienti interni degli edifici. La cellula essenziale di questa tecnologia, infatti, non è nulla di più di un ambiente reso oscuro, con un punto che lasci trapelare un rivolo di luce dall’esterno.

 

Illustrazione di una Camera Obscura tratta da un manoscritto italiano risalente al XVII° secolo

Immagine tratta da: www.wikipedia.org/wiki/Camera_obscura

 

La parete opposta rispetto al punto di entrata della luce diverrà il piano di proiezione su cui si formeranno le immagini come fossero “dipinte dalla luce”. Questi princìpi fisici sono noti fin dall’antichità tanto che i primi documenti che ne citano descrizioni accurate risalgono al IV° secolo A.C. e furono scritti quasi contemporaneamente dal filosofo cinese Mozi e da Aristotele.

 

L’illustrazione mostra l’effetto della proiezione in una Camera Obscura. Opera dell’artista Abelardo Morell del 2003.

Immagine tratta da: www.curatedobject.us/the_curated_object_/2008/04/post.html

 

Il principio alla base del funzionamento della camera obscura è molto semplice e consiste nel creare un piccolo foro che “selezioni” raggi di luce riflessi da un soggetto. Più piccolo sarà il foro, più definita e nitida sarà l’immagine, con lo svantaggio però di avere una proiezione molto fioca. Una finestra, ad esempio, non può produrre una vera proiezione di ciò che ha di fronte poiché non selezionando i raggi riflessi dagli oggetti, produce proiezioni così confuse e poco nitide da non poter nemmeno esser riconoscibili come tali.

Ciò che a questo precursore è stato aggiunto per arrivare alle contemporanee fotocamere è solo un corollario di perfezionamenti atti a rendere più comoda la gestione e la conservazione dell’immagine prodotta. Seguendo l’effettiva evoluzione storica, a partire dal XVII° secolo i fori di entrata della luce sono stati sostituiti da sistemi sempre più complessi di lenti in vetro ottico, definiti obiettivi. Lo scopo degli obiettivi è quello di creare proiezioni nitide, condensando al contempo grandi quantità di luce.

Avere a disposizione grandi quantità di luce significa anche doverla gestire, quindi quasi dalla nascita dei primi sistemi ottici a lenti sono stati introdotti degli strumenti di modulazione della quantità della luce in entrata (lamelle mobili del diaframma) e di selezione del punto di messa a fuoco (sistemi che consentono di far variare la distanza tra gruppi ottici e piano di proiezione).

All’interno degli obiettivi sono presenti lamelle mobili, dette nel loro insieme diaframma, con cui si seleziona la quantità di luce desiderata.

 

Le camere obscure con obiettivo furono usate a lungo dai pittori per usare le proiezioni date dal mondo esterno per disegnare o dipingere rappresentazioni estremamente fedeli della realtà. Tra gli esempi più noti abbiamo il Canaletto che riproduceva con questi strumenti le vedute della laguna veneziana.

 

Canaletto, il Bacino di San Marco verso est, 1730 circa

Fonte immagine: http://it.wikipedia.org/wiki/Canaletto

 

Solo verso la metà del XIX° secolo, con l’invenzione delle sostanze fotosensibili, è stato immediatamente chiaro che la camera obscura potesse essere non più solo uno strumento utile per ricalcare immagini proiettate, ma anche strumento di riproduzione meccanico-fisica della realtà. Il piano di proiezione diviene così il punto in cui registrare immagini su supporti sensibili alla luce dapprima analogici come pellicole o lastre sensibilizzate, poi su semiconduttori digitali.

Contemporaneamente all’implementazione dei supporti sensibili nelle camere obscure, sono stati pensati gli otturatori, cioè una sorta di sistema di tende a scorrimento meccanico temporizzato atte a definire una specifica durata dell’esposizione del supporto alla luce.

Riassumendo possiamo dire che il nucleo imprescindibile attorno al quale ruota la progettazione e la costruzione di una qualsiasi strumentazione che produce fotografie è formato da tre soli elementi: un ambiente oscurato dotato di un piano di proiezione in grado anche di registrare l’immagine, un obiettivo e un otturatore. Non a caso ognuno di questi tre elementi fondamentali è alla base dei tre fattori di gestione della fotografia: sensibilità del supporto, apertura del diaframma e tempo di scatto.

Ed ecco che aggiungendo solo pochi marchingegni a delle comuni camere siamo giunti ad avere le fotocamere che tutti noi conosciamo.

 

 

Esploso della Nikon F del 1959

Fonte: http://petapixel.com/2013/05/09/these-schematics-offer-an-exploded-view-of-old-nikon-slr-cameras/

Mattia Ghidelli

30 giugno 2014

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Mattia Ghidelli

Mi chiamo Mattia Giovanni Ghidelli, sono nato a Cremona nel 1987. Mi sono da poco laureato in psicologia all’Università degli Studi di Padova. Dovendo scrivere una presentazione, mi sono trovato molto in difficoltà ad identificare l’origine vera di questa mia passione. Quando si passa dal ‘take a photo’ al ‘make a photo’? La differenza è apparentemente infinitesimale, ma all’interno della biografia di un appassionato di fotografia segna un passaggio epocale, un momento di non ritorno che andrà ad incidere irrimediabilmente sul modo di percepire e interpretare il mondo. Quel che ricordo è la mia prima macchina fotografica, una Polaroid 600 regalatami per il mio settimo compleanno dal nonno. Da che parte del confine mi trovavo? Difficile dirlo. Ciò di cui non ho dubbi è che da quel momento in poi la mia paghetta di 5000 lire settimanali veniva utilizzata quasi esclusivamente in cassette Polaroid, che regolarmente duravano non più di un paio di giorni. Dal 2010 tengo un corso di fotografia all’Associazione Studenti Universitari di Padova e dal 2012 collaboro con il corso di arte contemporanea e fotografia al Liceo Scientifico Aselli di Cremona. L’attività di docenza è stato un modo molto particolare di approcciare alla fotografia da una costa poco esplorata. Ho avuto così modo di scoprire la bellezza della narrazione e della sinestesia del docente che usa parole per comunicare immagini. Accanto al lavoro di insegnante ho prodotto vari reportages sociali e antropologici, uno dei quali è stato poi sviluppato in progetto di tesi per la laurea.

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