Officina sputnik

Mattia Ghidelli

Il temperamento della Fotografia e del fotografo

17052014130404_sm_7507

Nello scorso articolo abbiamo conosciuto una Fotografia che non descrive una realtà fattuale inoppugnabile, ma descrive in modo intimo e personale; poi ne abbiamo colto il peculiare rapporto che ha col mondo e con le diverse visioni di autore e fruitore.

Abbiamo scoperto che non si tratta di una tecnica di riproduzione meccanica della realtà ma di uno strumento interpretativo. A questo punto allora una domanda sorge spontanea: qual è il temperamento della fotografia? Come approccia ai fatti e alle persone?

La fotografia osserva il mondo e in quest’atto si pone in un certo senso come elemento terzo, solo accidentalmente giudicante, ma pur sempre esterno ai fatti. Il fotografo è come un narratore che, se lo ritiene opportuno, può non apparire mai nel romanzo che narra. Allo stesso modo, chi osserva una fotografia è posto in uno spazio altro rispetto alla dimensione della narrazione interna allo scatto, quasi stesse in una diversa realtà e venendo a conoscenza di un fatto senza necessariamente esserne toccato. In questo naturalmente non manca una certa dose di cinismo, perché presuppone il non intervento rispetto a fatti che si stanno realmente svolgendo.

Eddie Adams, Il generale Nguyen Ngoc Loan uccide un prigioniero Viet Cong a Saigon, 1968

Fonte totallyhistory.com

Proprio perché la fotografia si relaziona col mondo osservandolo, chi fotografa assiduamente non può che avere dei tratti voyeuristici: si spia e riprende la vita degli altri cercando magari di non esser visti; si cerca di intrufolarsi nei più remoti nascondigli per aver un punto privilegiato di osservazione; si trae piacere dallo scattare, e quindi dall’osservare, senza agire.

Ricordiamoci poi che il voyeur è spesso rappresentato come colui che osserva nascosto dietro il buco di una serratura o da uno spioncino, ma che forma ha il mirino di una macchina fotografica?

 

Helmut Newton, 1989

Fonte giuliahepburnphotography.wordpress.com

L’osservare un possibile soggetto da una posizione coperta non è però solo un atto voyeuristico, ma è anche una tipica tattica di caccia o di aggressione. Non sorprende poi che in lingua inglese il termine “to shot” si usi per l’azione dello sparare quanto quella dello scattare fotografie. Si potrebbe quasi dire che la macchina fotografica abbia sostituito le armi da fuoco in un processo di sublimazione, e di conseguenza il fotografare qualcuno sia in fondo come una battuta di caccia. La fotografia insomma conferisce a chi la usa il potere di cacciare “belve protette” troppo rare o troppo simili a sé per poterle concretamente cacciare.

Garry Winogrand, Rinhos, 1975

Fonte americansuburbx.com

Già nell’atto predatorio tipico di certa fotografia è quindi implicito un netto squilibrio di potere tra chi fotografa e chi è fotografato, quindi tra predatore e preda. Il fotografo ha nelle mani la possibilità di interpretare a suo piacere l’aspetto del suo soggetto ed il contesto in cui esso è inserito, caricandolo eventualmente di ironia, drammaticità o orrore. La stessa Diane Arbus sosteneva che fotografare qualcuno, fosse sempre e comunque un atto “crudele e cattivo. La fotografia è una licenza di andare dove voglio e fare quel che desidero!”.

Roger Ballen, Dresie and Cassie twins, 1993

Fonte artthrob.co.za

La nostra amata fotografia in realtà non è solo una cinica in cerca di potere, ma sa esser anche un tipo sentimentale e a suo modo nostalgica. Il concetto stesso di immortalare qualcosa infatti si pone in strettissima relazione con la memoria e con il deperimento di ciò che si fotografa. Si potrebbe dire che la fotografia in sé esprima l’ancestrale timore che l’uomo ha della morte proprio nell’atto di cercare di prolungare la durata della rappresentazione di fatti, persone e cose.

A tal proposito, in un famoso saggio sulla fotografia, Susan Sontag diceva che “la fotografia è un’arte elegiaca e crepuscolare. […] Ogni fotografia è un memento mori, scattarla significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità delle persone, dei luoghi e degli oggetti; ed è proprio isolando un preciso istante e congelandolo che tutte le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo. […] Come i parenti e gli amici morti che si conservano nell’album di famiglia, e la cui presenza nelle fotografie esorcizza in parte l’angoscia e il rimorso che proviamo per la loro scomparsa, così le fotografie di rioni ora sventrati, di luoghi rurali sfigurati e ora inariditi, esprimono il nostro fragile rapporto col passato”.

Anonimo, 1850

Fonte Wikipedia

Insomma la fotografia non ha un carattere semplice, ma l’amore è cieco. Si sa.

Mattia Ghidelli

21 maggio 2014

© RIPRODUZIONE RISERVATA

© Riproduzione Riservata
Tags
Commenti
Mostra più commenti

Mattia Ghidelli

Mi chiamo Mattia Giovanni Ghidelli, sono nato a Cremona nel 1987. Mi sono da poco laureato in psicologia all’Università degli Studi di Padova. Dovendo scrivere una presentazione, mi sono trovato molto in difficoltà ad identificare l’origine vera di questa mia passione. Quando si passa dal ‘take a photo’ al ‘make a photo’? La differenza è apparentemente infinitesimale, ma all’interno della biografia di un appassionato di fotografia segna un passaggio epocale, un momento di non ritorno che andrà ad incidere irrimediabilmente sul modo di percepire e interpretare il mondo. Quel che ricordo è la mia prima macchina fotografica, una Polaroid 600 regalatami per il mio settimo compleanno dal nonno. Da che parte del confine mi trovavo? Difficile dirlo. Ciò di cui non ho dubbi è che da quel momento in poi la mia paghetta di 5000 lire settimanali veniva utilizzata quasi esclusivamente in cassette Polaroid, che regolarmente duravano non più di un paio di giorni. Dal 2010 tengo un corso di fotografia all’Associazione Studenti Universitari di Padova e dal 2012 collaboro con il corso di arte contemporanea e fotografia al Liceo Scientifico Aselli di Cremona. L’attività di docenza è stato un modo molto particolare di approcciare alla fotografia da una costa poco esplorata. Ho avuto così modo di scoprire la bellezza della narrazione e della sinestesia del docente che usa parole per comunicare immagini. Accanto al lavoro di insegnante ho prodotto vari reportages sociali e antropologici, uno dei quali è stato poi sviluppato in progetto di tesi per la laurea.

Utenti online