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Mattia Ghidelli

I fattori fondamentali della fotografia

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Nello scorso post abbiamo visto che tutte le fotocamere condividono un nucleo comune formato dalla triade obiettivo, otturatore e superficie sensibile (inteso come qualsiasi elemento in grado di registrare le immagini). Dai cellulari con fotocamera ai banchi ottici, passando per le reflex, questi elementi fondamentali si ripresentano costantemente, svolgendo sempre la stessa funzione pur manifestandosi in forme molto diverse fra loro.

Come mai avviene questo? La risposta è concettualmente abbastanza semplice, anche se necessiterebbe di grande approfondimento.

Vediamola partendo dal principio.

Come in tutte le altre attività della vita, abbiamo a che fare con due fondamentali dimensioni fisiche: il tempo e lo spazio, che in fotografia vengono controllate da due diversi fronti, uno passivo e uno attivo.

Sul primo versante tempo e spazio hanno il compito di gestire la quantità netta di luce in ingresso che va ad imprimersi sulla superficie sensibile. È considerabile passivo nel senso che la scelta del fotografo in una certa misura dipende direttamente dalla quantità di luce che c’è nell’ambiente. Il secondo versante invece controlla l’effetto prodotto dalla luce sulla fotografia finale in termini di rappresentazione; ed è attivo poiché è il fotografo (o un algoritmo definito in fase di progettazione della macchina in caso di automatismo) a scegliere come attraverso i parametri di scatto la fotografia verrà disegnata. Ognuno dei tre componenti sopracitati della fotocamera è fondamentale proprio perché va ad incidere sulla gestione attiva e passiva di tempo e spazio attraverso la luce.

Vediamo nella pratica in che modo questo avviene.

Come accennavo l’obiettivo fotografico serve a condensare una data quantità di luce e farla entrare all’interno della fotocamera; è cioè una sorta finestra sul mondo: più sarà grande questa finestra, più luce potrà entrare. Il diaframma interno all’obiettivo consente di scegliere di volta in volta quanto spazio concedere alla luce per entrare, comportandosi come una persiana. Variando l’apertura del diaframma la luminosità nominale dell’obiettivo non varia, ma varia quella che concretamente è utilizzata, esattamente come chiudendo o aprendo le persiane posso modulare la quantità di luce senza dover ogni volta murare una finestra o bucare una parete per aprirne una. In termini passivi ciò significa che se la luce esterna sarà troppo abbondante rispetto all’uso che se ne deve fare allora chiuderemo il diaframma lasciandole poco spazio per entrare in camera, viceversa se la luce esterna sarà fioca apriremo il diaframma in modo da sfruttare tutta l’apertura disponibile nell’obiettivo.

In termini attivi invece, è importante sapere che con l’apertura del diaframma si controlla la rappresentazione dello spazio nella fotografia finale attraverso la profondità di campo, ovvero quanto dello spazio inquadrato è contemporaneamente a fuoco. Chiudere il diaframma consentirà di ottenere una fotografia con un volume di spazio a fuoco (cioè in cui i dettagli sono riconoscibili) più grande, al contrario aprirlo restringerà il volume di spazio rappresentato a fuoco.

Pur non variando mai il punto di messa a fuoco (sul fronte della caffettiera) chiudendo il diaframma si ottiene molto spazio a fuoco, aprendo il diaframma invece lo spazio a fuoco si riduce. Notare in basso a destra la rappresentazione dell’apertura del diaframma dell’obiettivo per ciascuna situazione.

Pur non variando mai il punto di messa a fuoco (sul fronte della caffettiera) chiudendo il diaframma si ottiene molto spazio a fuoco, aprendo il diaframma invece lo spazio a fuoco si riduce. Notare in basso a destra la rappresentazione dell’apertura del diaframma dell’obiettivo per ciascuna situazione.

 

L’otturatore, come già accennato, è lo strumento che serve a definire il tempo che si vuole concedere alla luce per entrare all’interno della fotocamera. Metaforicamente potrebbe esser rappresentato da una persona che decide di aprire una finestra per un dato tempo.

Anch’esso in termini passivi serve a gestire la quantità netta di luce che alla fine dello scatto avrà impresso un’immagine: se la luce sarà molto abbondante, per farne entrare una quantità utile, sarà sufficiente un tempo di otturazione molto rapido; altrimenti con luce scarsa sarà necessario adottare tempi molto prolungati per far sì che la luce si accumuli sulla superficie sensibile.

D’altro canto, in termini attivi con l’otturatore è possibile controllare come nella fotografia finale verrà rappresentata l’unica manifestazione concretamente visibile del tempo, ovvero il movimento. Con tempi di scatto rapidi i movimenti appariranno congelati rendendoli intuibili solo attraverso la lettura del contesto della fotografia, se al contrario il tempo di scatto è prolungato allora vedremo che gli elementi in movimento creeranno delle scie mostrandoci il loro percorso.

La girandola ruota sempre con lo stesso moto, ma il modo in cui viene rappresentata nell’atto di ruotare dipende dal tempo di scatto: più è lento più le pale appaiono sfumate in un generico mosso.

Fonte immagine: http://en.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Featured_picture_candidates/shutter_speed

 

In ultimo abbiamo la superficie sensibile, ovvero –repetita iuvant- il supporto che consente alla proiezione luminosa di essere registrata e immagazzinata in modo stabile.

Questo strumento si comporta in modo in parte diverso rispetto agli altri due già visti in quanto è direttamente legato alle nozioni di sensibilità e qualità d’immagine, e solo indirettamente a quelle di tempo e spazio. Per sensibilità infatti s’intende la capacità di accumulare dati in uno specifico tempo con una specifica quantità di luce. Quindi, in sostanza, all’aumentare della sensibilità del supporto saranno necessarie minori quantità di luce e/o tempi di esposizione e viceversa. Di conseguenza, in termini passivi se l’ambiente avrà un’illuminazione abbondante si potranno usare basse sensibilità, mentre in caso di scarsa disponibilità luminosa si sarà costretti ad usare alte sensibilità.

L’aspetto attivo dei supporti però, contrariamente ad obiettivi ed otturatori, è molto limitato in quanto non aggiunge un vero e proprio strumento comunicativo in più perché all’aumentare della sensibilità del supporto si riduce progressivamente la qualità d’immagine. Ciò comporta che la scelta della sensibilità finisca sempre con l’esser una scelta vicaria alle necessità espressive legate ad apertura del diaframma e velocità di scatto, cercando un compromesso quanto più possibile vantaggioso in termini di qualità d’immagine.

 

Le due fotografie sono state scattate rispettivamente con una bassa sensibilità (a sinistra) e una con un’alta sensibilità (a destra)

 

In conclusione appare evidente che i componenti fondamentali della fotocamera sono tali perché corrispondono direttamente ai tre fattori fondamentali della fotografia: apertura del diaframma, tempo di esposizione e sensibilità del supporto.

Tali fattori sono strettamente interconnessi e –come vedremo nei prossimi post- nell’atto del fotografare vanno sempre bilanciati fra loro poiché in termini passivi influenzano tutti la quantità netta di luce che agisce sulla fotografia finale.

Mattia Ghidelli

11 luglio 2014

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Mattia Ghidelli

Mi chiamo Mattia Giovanni Ghidelli, sono nato a Cremona nel 1987. Mi sono da poco laureato in psicologia all’Università degli Studi di Padova. Dovendo scrivere una presentazione, mi sono trovato molto in difficoltà ad identificare l’origine vera di questa mia passione. Quando si passa dal ‘take a photo’ al ‘make a photo’? La differenza è apparentemente infinitesimale, ma all’interno della biografia di un appassionato di fotografia segna un passaggio epocale, un momento di non ritorno che andrà ad incidere irrimediabilmente sul modo di percepire e interpretare il mondo. Quel che ricordo è la mia prima macchina fotografica, una Polaroid 600 regalatami per il mio settimo compleanno dal nonno. Da che parte del confine mi trovavo? Difficile dirlo. Ciò di cui non ho dubbi è che da quel momento in poi la mia paghetta di 5000 lire settimanali veniva utilizzata quasi esclusivamente in cassette Polaroid, che regolarmente duravano non più di un paio di giorni. Dal 2010 tengo un corso di fotografia all’Associazione Studenti Universitari di Padova e dal 2012 collaboro con il corso di arte contemporanea e fotografia al Liceo Scientifico Aselli di Cremona. L’attività di docenza è stato un modo molto particolare di approcciare alla fotografia da una costa poco esplorata. Ho avuto così modo di scoprire la bellezza della narrazione e della sinestesia del docente che usa parole per comunicare immagini. Accanto al lavoro di insegnante ho prodotto vari reportages sociali e antropologici, uno dei quali è stato poi sviluppato in progetto di tesi per la laurea.

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