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Mattia Ghidelli

Cos’è la fotografia ed il suo rapporto con la realtà

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Relazionarsi con la fotografia assomiglia a cercare un contatto col mondo che ci sta attorno; è una tensione che ci porta ad avere una sempre più stretta relazione con ciò che vediamo, a scoprirlo e indagarlo. In altre parole, la si potrebbe definire come una sorta di amore.

 

Come spesso accade in una storia d’amore, tutto inizia con un improvviso colpo di fulmine; ci si piace, non si sa esattamente perché e in fondo non sarebbe nemmeno interessante chiederselo. Col tempo poi ci si conosce e talvolta quella forma embrionale di amore si evolve poco a poco guadagnando nuove sfaccettature e ancor più ricche colorazioni. Con la fotografia potrebbe esser lo stesso, e se voi state leggendo questo blog probabilmente è perché il colpo di fulmine per la fotografia l’avete già avuto; ma vi siete mai chiesti cosa sia realmente la fotografia? Quando sia nata? Che carattere abbia?

 

Conosciamola assieme! …chissà che questo colpo di fulmine non si traduca in un amore maturo.

Vi avviso però che la fotografia è una compagna complessa, talvolta cinica e burbera, ma, se conosciuta e coccolata nel giusto modo, può donare quel piacere che solo un amante può dare.

 

È difficile stabilire quando la fotografia sia ufficialmente nata. Nella storia dell’uomo pare ci siano stati molti esperimenti che in un qualche modo le si avvicinarono, tuttavia sappiamo poco a riguardo e in ogni caso non ne rimangono testimonianze concrete. Ciò che invece sembra esser certo è che la più antica fotografia pervenutaci sia stata prodotta esponendo una lastra sensibilizzata con una vista del borgo di Saint-Loup-de-Varennes nel 1826 ad opera di Joseph Niépce.

Josef Niépce, 1926

fonte Wikipedia

Non è difficile immaginare l’emozione nel veder il primo esperimento di “copia fotochimica della realtà”. Al di là della fedeltà rispetto alla percezione visiva naturale, bastò poco tempo perché si associasse quella che Baudelaire definì come una “nuova industria” a uno strumento di riproduzione attendibile della realtà, trasformandola nel più potente dei documenti. Il termine ‘documento’, in latino medioevale documentum, significa infatti “prova” o “carta ufficiale”, e deriva a sua volta dal latino classico docere, cioè “insegnare, far sapere [il vero ndr]”. Ciò che viene definito ‘documento’, diviene per estensione una sorta di ‘prova provata’, capace di un’autoevidente attestazione di verità  e oggettività. La fotografia, non a caso, si ritrovò presto ammantata di un alone di autorevolezza e rilevanza, e iniziò a essere utilizzata proprio come ‘prova’ di ciò che dev’esser avvenuto realmente.

 

Un’interessante testimonianza di questa diffusa interpretazione (oltre che un raffinatissimo commento su quella moda, che a distanza di oltre centocinquant’anni, vien definita ‘selfie’) ci vien data da Charles Baudelaire che nel 1859 scrisse:

 

…il Credo attuale della buona società, […] è questo: «Credo nella natura e solo in quella. Credo che l’arte sia e non possa essere altro che la riproduzione esatta della natura. Sicché l’industria che ci desse un risultato identico alla natura sarebbe l’arte assoluta».

Un Dio vindice ha esaudito i voti di questa moltitudine. Daguerre fu il suo Messia. E allora essa [la buona società ndr] disse tra sé: «Giacché la fotografia ci da tutte le garanzie d’esattezza che si possono desiderare (credono questo, gli insensati!) l’arte è la fotografia».

Da quel momento, l’immonda compagnia si precipitò, come un solo Narciso, a contemplare la propria triviale immagine sul metallo. Una follia, uno straordinario fanatismo s’impadronì di tutti questi nuovi adoratori del sole.

 

Quindi si potrebbe dire che, essendo la fotografia una riproduzione fedele della realtà, essa non abbia un carattere, né un temperamento proprio, poiché la Verità non ha opinioni e nemmeno sfumature: è solo ciò che è.

 

Ma la fotografia è davvero tale? Se così fosse, non ci sarebbe spazio per usarla in modo personale. Tutte le fotografie sarebbero fredde descrizioni di una realtà che domina sulle scelte dello stesso fotografo. Il rapporto con la fotografia sarebbe uno sterilmente utilitaristico e finalizzato appunto ad ottenere uno scopo vincolato. Che amore sarebbe allora? Probabilmente sarebbe un po’ come avere per amante una bambola gonfiabile: non proprio edificante, insomma.

 

Al di là dello statuto ontologico che si voglia conferire al termine ‘realtà’, a ben pensarci la fotografia sembra esserne molto distante.  Certamente, in un certo senso, ogni scatto coglie effettivamente ‘una realtà’, ma le fotografie sono un’interpretazione del mondo esattamente quanto un quadro, un disegno o un testo scritto. Per capirlo basta riflettere, ad esempio, sul fatto che solo alcune culture, nonostante la globalizzazione che appiattisce su un unico modello di pensiero dominante, riescono a riconoscere una riproduzione del mondo percepito con i sensi in una proiezione bidimensionale come una fotografia. O ancora, dove riconosciamo il dato di realtà in un’immagine che oltre ad aver perso la tridimensionalità, è anche monocromatica?

 

E in uno scatto di un treno dove traiamo il suo reale agire nel mondo? Sarà fermo o in corsa? E se fosse in movimento, quale sarebbe la sua direzione?

Sol Lisbohn, 1945

Fonte fotografareindigitale.com

Con la fotografia, poi, è possibile indirizzare, anche non consapevolmente, l’interpretazione di ciò che viene mostrato, proponendone una rappresentazione specifica, attraverso la scelta del punto di vista, dell’inquadratura o della luce presente. Si potrebbe quasi dire che attraverso la fotografia non si osserva la realtà, ma in un qualche modo la si genera, e che questa non è niente di più che un’interpretazione. D’altra parte però, si presume anche che esista, o sia esistito, qualcosa che assomiglia in qualche modo a ciò che appare nella foto. In questa sola testimonianza del passaggio attraverso la storia di un imprecisato qualcosa, Barthes individua la ‘fragile attendibilità della fotografia’.

Insomma la fotografia è in grado solo di mostrare qualcosa che ha avuto la qualità di essere, ma non ci dice nulla di più certo sulla sua forma apparente. La fotografia infatti è sempre una descrizione densa e sincretica, e tutto ciò che essa può comunicare è quindi un punto di sintesi tra diverse forze generatrici, tutte molto distanti dal concetto di realtà: interpretazione data ad una scena dal fotografo, interpretazione data all’immagine finale dall’osservatore, maschere indossate dai soggetti e vincoli rappresentativi dati dalla tecnologia fotografica utilizzata. Sulle prime non c’è molto da dire, sarebbe ridondante; ma sull’ultima? Che cosa sono questi limiti dati dallo strumento stesso? E come influenzano il risultato finale?

 

Questi limiti sono generalmente definiti come “inconscio tecnologico”, e non sono altro che la manifestazione delle possibilità tecniche offerte dallo strumento che stiamo usando. Ogni oggetto compie esclusivamente quelle azioni per cui è stato pensato, dando così ‘inconsciamente’ una limitata gamma di possibilità all’interno della quale scegliere come operare. Opera, insomma, una iniziale e automatica sgrossatura alla complessità del reale.

 

Sembra una cosa strana e inattesa, perché sgancia in parte l’effetto di realtà dal volere dell’autore: è ciò che Franco Vaccari definiva come l’autonomia della macchina e dei supporti. Ad esempio, una macchina fotografica è pensata per scattare esclusivamente fotografie in formato rettangolare. I soggetti che possono esser ripresi devono necessariamente riflettere la luce in un preciso spettro elettromagnetico e devono muoversi entro una specifica gamma di velocità. Gli esempi potrebbero naturalmente esser infiniti.

 

A conti fatti, quindi, sembra di capire che la nostra amante sia tutt’altro che un asettico strumento in grado di imprigionare la realtà su un supporto chimico o digitale. Al contrario, essa è dotata di un suo temperamento complesso, ha certe tendenze rispetto a ciò con cui interagisce e compie azioni tanto a livello conscio quanto a livello inconscio.

 

Mattia Ghidelli

 

 

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Mattia Ghidelli

Mi chiamo Mattia Giovanni Ghidelli, sono nato a Cremona nel 1987. Mi sono da poco laureato in psicologia all’Università degli Studi di Padova. Dovendo scrivere una presentazione, mi sono trovato molto in difficoltà ad identificare l’origine vera di questa mia passione. Quando si passa dal ‘take a photo’ al ‘make a photo’? La differenza è apparentemente infinitesimale, ma all’interno della biografia di un appassionato di fotografia segna un passaggio epocale, un momento di non ritorno che andrà ad incidere irrimediabilmente sul modo di percepire e interpretare il mondo. Quel che ricordo è la mia prima macchina fotografica, una Polaroid 600 regalatami per il mio settimo compleanno dal nonno. Da che parte del confine mi trovavo? Difficile dirlo. Ciò di cui non ho dubbi è che da quel momento in poi la mia paghetta di 5000 lire settimanali veniva utilizzata quasi esclusivamente in cassette Polaroid, che regolarmente duravano non più di un paio di giorni. Dal 2010 tengo un corso di fotografia all’Associazione Studenti Universitari di Padova e dal 2012 collaboro con il corso di arte contemporanea e fotografia al Liceo Scientifico Aselli di Cremona. L’attività di docenza è stato un modo molto particolare di approcciare alla fotografia da una costa poco esplorata. Ho avuto così modo di scoprire la bellezza della narrazione e della sinestesia del docente che usa parole per comunicare immagini. Accanto al lavoro di insegnante ho prodotto vari reportages sociali e antropologici, uno dei quali è stato poi sviluppato in progetto di tesi per la laurea.

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